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Welfare del futuro: ipotesi e riflessioni

Il periodo storico che stiamo attraversando, tra paura, polemiche, lutti e dolore, sta lasciando una sordida scia di “cosa è stato o non è stato fatto” e “cosa si dovrebbe fare”. Le chiacchiere da bar hanno inondato giornali, internet e le nostre case, in tempi di reclusione, sono diventate luogo dove interrogarsi su diversi argomenti ma la domanda primaria è: cosa aspettarsi dal domani, a quali cambiamenti epocali andremo incontro? E la nostra salute? Il “welfare  state” sarà in grado di affrontare le sfide del domani? È certamente cosa ardua semplificare un argomento così complesso e che necessita di sguardi da vari punti di vista.

L’Italia si è trovata, nel mezzo di una pandemia, ad affrontare un numero di malati di Covid-19 talmente rilevante da piazzarla sul podio dei Paesi più contagiati, con il terrore di dover affrontare tale tragedia nel Meridione, dove le strutture sanitarie non sono certamente equiparabili a quelle del Nord. Il lockdown quasi immediato, rispetto ad altri Paesi europei, ha fortunatamente contenuto il contagio, cosa non accaduta nel Settentrione. Il sistema sanitario si è trovato qui quasi al collasso e, grazie anche alle donazioni dei tanti privati, piccoli e grandi, ciò non è avvenuto.  E qui parte la riflessione più spinosa: riuscirà la Sanità pubblica a essere all’altezza di eventi simili futuri? Bill Gates, in tempi non sospetti, allarmò l’umanità, prevedendo che il nemico futuro numero uno sarebbe stato un virus e non certamente una guerra nucleare.

Già da tempo, tutto il comparto sanitario italiano ed europeo è sotto pressione per effetti contingenti, quali l’invecchiamento della popolazione e la non autosufficienza, per fare un esempio. Ora le persone si trovano a ridisegnare la percezione del rischio perché eventi imprevedibili e imprevisti come quello che stiamo vivendo ci rendono vulnerabili e ci pongono dinanzi alla questione di come proteggerci e curarci nel caso di nuovo contagio. Il Coronavirus ha sconvolto le nostre certezze, la nostra “normalità” e, per certi versi, la nostra invulnerabilità. Il “dopo” dovrà essere ridelineato: è purtroppo un’utopia, anche se tutti lo auspicheremmo, che lo Stato, da solo, potrà assolvere alla cura e alla tutela dei cittadini; le due sponde del welfare, pubblico e privato, dovranno avvicinarsi inevitabilmente e creare una collaborazione fattiva per venire incontro alle esigenze future, sia nel campo della salute che quello pensionistico. Anche questo aspetto richiede un confronto con risorse private e lo Stato dovrà assolutamente ripensare alle imposizioni fiscali che premono e scoraggiano l’ausilio di altri strumenti, quali forme di previdenza complementare. C’è poi un aspetto sociologico/culturale da considerare: gli Italiani sono poco edotti in materia finanziaria e previdenziale, tendono a delegare ad altri soggetti la cura dei propri interessi. Lo Stato dovrebbe pertanto intervenire, mettendo in campo strumenti formativi adeguati per concorrere alla preparazione di cittadini più consapevoli e capaci di affrontare le sfide sempre più complesse del futuro.

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