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Coronavirus e impatto sulla previdenza

 

In questi ultimi mesi – come è giusto che sia – ci siamo concentrati sui danni immediati provocati dalla pandemia da Covid-19.

Ma che conseguenze potrebbe avere la pandemia in futuro ed in particolare sulle nostre pensioni, pubbliche o private che siano?

Partiamo dalla previdenza integrativa: come è andata ai tempi del coronavirus?

I fondi pensione hanno diverse linee di gestione, che vanno da quelle con garanzia sul capitale, totalmente investite in titoli di stato ed obbligazioni, alle linee azionarie, che possono investire fino al 100% del loro patrimonio sul mercato azionario. Queste ultime con la caduta dei mercati azionari di febbraio e marzo hanno registrato ribassi anche fino al 20%.

Ma è al breve termine che bisogna guardare in questo caso? Nel caso della previdenza integrativa, così come di un portafoglio orientato a costruire un capitale a lungo termine, ad esempio per garantire gli studi dei figli, questo è un errore che può avere gravi conseguenze finanziarie.

Una linea azionaria dovrebbe essere scelta da chi ha un orizzonte temporale di almeno 15 anni prima del pensionamento e questa scelta deve essere mantenuta se in linea con il proprio profilo di rischio, soprattutto da chi ha un versamento mensile, che permette di ridurre i rischi di mercato (piano di accumulo). Rispetto ad una linea garantita – ed al netto della svalutazione- una linea azionaria permette di ottenere 3-4 punti in più di rendimento e su un orizzonte temporale lungo la differenza è molto rilevante.

E per quanto riguarda le pensioni pubbliche che novità ci sono?

La prima è che, come previsto dalla legge, dal 1 gennaio 2021 ci sarà un adeguamento – al ribasso- dei coefficienti che trasformano i contributi versati all’INPS nella pensione; questo significa che a partire da quella data – a parità di contributi versati fino ad oggi, l’assegno pensionistico sarà ridotto.

La seconda notizia rilevante è l’impatto che avrà la recessione economica da coronavirus sulle pensioni liquidate dal 2022/2023 per i versamenti successivi al 1 gennaio 1996.

Se il governo non interverrà – come già fatto una volta nel 2015 – per bloccare la rivalutazione negativa, il crollo del PIL previsto quest’anno inciderà perché la rivalutazione dei contributi versati è pari alla crescita media del prodotto interno lordo nei 5 anni precedenti.

Le stime più recenti parlano di un taglio dell’ordine del 2-3% dell’importo dell’assegno.

Nel caso in cui, anziché una caduta seguita da una rapida ripresa, ci dovesse essere una nuova caduta dovuta ad un nuovo lockdown, oppure una ripresa ad L con una stagnazione, il PIL rimarrebbe fermo  e quindi la rivalutazione dei contributi versati sarebbe impattata fortemente.

Le ultime due considerazioni confermano che senza una robusta integrazione  la propria previdenza di base non sarà sufficiente. E insieme alla costruzione di una riserva di liquidità per fronteggiare l’assenza di entrate – come quella causata dal coronavirus – è necessario pianificare accuratamente il proprio futuro, immediato o lontano che sia.

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